“Ci salutammo senza effusioni: era sempre successo così. La nostra era stata un’amicizia discontinua e notturna, fondata più sulla consonanza nelle preferenze alcoliche – birra, vino bianco, gin inglese, bourbon – che su qualsiasi forma di smodatezza sentimentale, nella quale non scivolammo mai. Da bevitori esperti entrambi diffidavamo degli eccessi di entusiasmo e d’amicizia che la notte e le bevute portano con sé: solo una volta, quasi all’alba, sotto l’influsso di quattro imprudenti martini dry, Biralbo mi aveva parlato del suo amore per una ragazza che io conoscevo solo superficialmente – Lucrezia – e di un viaggio con lei da cui era appena tornato. Entrambi avevamo bevuto troppo quella notte. Il giorno dopo, quando mi alzai, scoprii che non avevo i postumi della sbornia perché ero ancora ubriaco e che avevo dimenticato tutto quello che Biralbo mi aveva raccontato. Ricordavo solamente la città dove doveva essere terminato quel viaggio così repentinamente iniziato e concluso: Lisbona.“
Antonio Muñoz Molina, L’inverno a Lisbona

